Ossimoro

 

Finalmente sento di nuovo la voglia di scrivere. Un periodo di grandi cambiamenti. Barcellona è sempre una città che ti lascia senza fiato. <<Se ti lasci ispirare, Barcellona ti guiderà e ti sorprenderà>>. Aveva ragione A. quando mi parlava della bellezza di Barcellona.

Mi sono svegliato con il profumo della pioggia. Una tempesta estiva ad ottobre.

Pioveva molto, ma non ho avuto la sensazione di malinconia che la pioggia concede a chi possiede il “meraviglioso” dono della meteoropatia.

Oggi mi sveglio così: con una tenera malinconia.

Barcellona è una città degli ossimori. Mi lascerò ispirare per vivere ancora queste emozioni contrastanti che mi ricordano di quanto sia stupefacente la semplicità.

 

Sorridi, perché la tempesta è necessaria per vedere l’arcobaleno.

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Tra una Vorfreude e l’altra

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Die Vorfreude ist die shönste Freude

Così recita un proverbio tedesco. Sono sempre stato affascinato da questa lingua, ma non ho mai iniziato a studiarla veramente.

Il suo sistema linguistico permette la costruzione di parole che sono, talvolta, più precise di quelle italiane. Come in questo caso: Vorfreude ist di shönste Freude.

Vorfreude, una sorta di gioia prima della gioia. La gioia che ho sempre provato prima di raggiungere un obiettivo, quel brivido di impazienza che permette di assaporare il sacrificio. Sentivo da giorni che volevo scrivere qualcosa. Probabilmente avevo perso di vista la “Freude” l’obiettivo che mi ero posto e che per qualche assurdo motivo avevo dimenticato. E di conseguenza, anche la “pre-gioia”. Quando avvengono grandi cambiamenti, quando si raggiungono grandi obiettivi, si può cadere nella pigrizia. E, come si sa, l’ozio è il padre dei vizi.

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La Vorfreude mi ha ricordato che non è la meta quello che conta, ma è il viaggio in sé che permette di essere felici.

Perciò, amici miei, buon viaggio.

Dalla Calabria, per il momento è tutto.

 

 

 

 

 

 

Incipit a caso o momenti di ordinaria Trenitalia?

Devo sedermi lì

Corri! Corri! Sei in ritardo cazzo! Corri! Non ce la farò mai a prendere il treno!

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La giornata era già grigia prima di iniziare a correre. C’era quella pioggia fastidiosa che soltanto chi porta gli occhiali può comprendere quella sensazione di uscire senza ombrello perché “tanto sono solo due gocce!” e poi ti ritrovi a brontolare silenziosamente dentro e insieme al tuo collo. Ma era tardi. E non avevo tempo per brontolare. L’autobus andava a passo d’uomo e avevo soltanto tre minuti per arrivare al binario. Ma per fortuna ci riesco. Riesco al volo a salire sulla prima carrozza e, stremato, mi siedo su una poltroncina in mezzo al vagone insieme ad altre tre persone. Sapevo che quello non era il mio posto e se l’avessero reclamato mi sarei spostato per andare a sedermi sulla lontanissima carrozza 5 (ero alla 9). Con quella giornata stremante non avevo la minima voglia di essere “corretto”. Dovevo risparmiare le energie per quello che mi aspettava dopo. Era deciso: se nessuno avesse iniziato a chiedere di spostarmi, sarei rimasto lì in silenzio senza disturbare nessuno. Ed effettivamente, andò tutto liscio. Per i primi dieci minuti. Giusto il tempo di respirare e pulire gli occhiali. All’improvviso appare un uomo con gli occhiali appannati e una stempiatura evidente. Se ne stava in silenzio fissandomi da dietro quelle lenti grandi ed opache. Anche le persone sedute vicino a me iniziavano a sentirsi, diciamo, non a loro agio. Io faccio finta di niente e inizio a guardare dal finestrino con la speranza che l’uomo se ne vada. Speranza semplicemente inutile. Mi giro per assicurarmi che l’uomo non fosse più lì. Era ancora lì immobile con il fiatone. Imbarazzato, incrocio il suo sguardo. Noto che gli occhiali non sono più appannati.

  • Devo sedermi lì.
  • Scusi?
  • Devo sedermi lì
  • Ci sono quattro posti liberi di fronte a lei.
  • Ho detto che devo sedermi lì. Non farmi incazzare.
  • La prego, sia comprensivo. Non mi sento molto bene – mento.
  • Ho detto che voglio sedermi lì cazzo! Altrimenti…

Il mappamondo delle mezze verità

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Avevo scritto questo titolo tempo fa, in un momento in cui mi sembrava un colpo di genio. Ma ora non riesco a ricordare cosa volessi dire con un titolo del genere. Probabilmente era uno di quei giorni in cui cercavo di riflettere sul valore della verità e della menzogna. Quante bugie raccontiamo durante l’arco della vita? Perché le raccontiamo? I fattori da considerare sono molti. C’è chi mente per egoismo e c’è chi mente per altruismo. O per entrambi.

https://youtu.be/7KjIDyIkmlk

E, per quanto mi riguarda, viaggiare mi mette a contatto con la verità. Inizio a capire i miei limiti e a convertire ogni bugia in nuove verità.
Non è il caso di nascondersi dietro a un dito.

Mappamondo delle mezze verità… Spremo le meningi. Le mezze verità sono bugie? È pericoloso convincersi con mezze verità? Costruire ricordi non veri è un’operazione comune?
Mi è capitato di ascoltare storie inventate senza che l’interlocutore sapesse che io ero a conoscenza della verità e, valutando di volta in volta, mi convinco sempre più che la verità non sia per tutti.
Forse intendevo proprio questo con il titolo:

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occorre saper osservare per raccapezzarsi di fronte al mappamondo delle mezze verità.

Close your eyes, listen to my voice.

Tempo fa mi trovavo in treno per uno dei miei soliti viaggi da studente fuori sede. Viaggio affrontato più di una volta: sveglia presto, macchina fino alla stazione, treno per circa tre ore, pausa di un’ora e di nuovo in treno per altre tre ore. Quando viaggi spesso impari ad ottimizzare il tempo di viaggio e quelle sette ore e mezza sembrano molte di meno. Alle volte invece capita di affrontare viaggi interminabili durante i quali due ore sembrano cinque. Sono quei viaggi in cui la meta non giustifica il viaggio, i pensieri si ingigantiscono e il tempo trascorre lentamente. Oltre a viaggiare fisicamente, viaggi con la testa cercando una meta di tranquillità.

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 La sensazione che si ha è paragonabile a quella in cui mentre sei seduto sul treno, guardi il mare illuminato dal sole di mezzogiorno, ti abitui a quell’immagine e ti lasci cullare dagli alberi che appaiono e scompaiono ad intermittenza. Quando all’improvviso il treno entra in una galleria, buia, interminabile che ti fa perdere l’orientamento, così anche i pensieri non riescono a ritrovare il nord e l’unica cosa che riesci a pensare è alla fine della galleria. Rivedere la luce, il mare, gli alberi… hey there Delilah, don’t you worry about the distance.

Close your eyes, listen to my voice.

Anche queste sensazioni alimentano la mia voglia di viaggiare.

Buon viaggio

Alba di un nuovo viaggio.
Il viaggio dà speranza, riempie il cuore di una nostalgia di un futuro ancora da vivere.

Nostalgia di una serenità puerile che accompagna il percorso verso l’età adulta.

Pensieri melliflui di buon auspicio.
Buon viaggio a chi ha toccato la neve a mani nude e che ha sentito quel gelo che gli scalda il cuore, in ricordo di tempi passati.

Buon viaggio a chi cerca la speranza che non ha.

alba roggiano Buon viaggio.

E mi sento un po’ Joyce

 

Casa. Casa e tranquillità. Ho paura. Sono stanco. Sono stanco di aver paura. E mi affido al flusso di coscienza, convinto di poter creare qualcosa. Trasformare questo rancore palpitante in qualcosa di dolce, di tenero, che possa un giorno ricordarmi di come sia possibile attuare questa metamorfosi. Come un ticchettio di un orologio che, ininterrottamente segna il passare del tempo: un tempo predestinato, già deciso da qualcuno o da qualcosa che, silenziosamente, governa le nostre decisioni. Nella paura si cerca una spiritualità, si affida l’impotenza a qualcosa di infinitamente distante da noi, con la speranza di poter alleviare quel forte ticchettio dell’orologio, che diventa sempre più rumoroso. Sono pensieri già stati pensati. Pensieri tramandati da una generazione all’altra, come se il sapere e la cultura fossero diventati eredità genetica. Questa certezza, il riformulare i pensieri, cercare altri modi di esprimere concetti già approfonditi, rende banale e opinabile tutto quello che scrivo. Ma scrivo lo stesso, esplodo lo stesso. Di fronte alla solitudine, questa sorella difficile che è cresciuta con me, non mi abbandona, e mi fa compagnia, scrivo. È con lei che nascono le incertezze, le paure, anzi, che si moltiplicano. Tutto diventa più difficile. Persino scrivere diventa noioso, diventa poco interessante. La stanchezza invade i pensieri: tutti i desideri, tutti i sogni, tutti i sorrisi svaniscono quando si è accompagnati dal ticchettio e dalla solitudine. Tendo a perdere anche la voglia di scrivere perchè penso: cosa risolvo? Eppure qualcosa mi dice di continuare, nella speranza che esca qualcosa di buono da questo flusso di pensieri. È la speranza, questo sentimento mortale, che ci fa vivere la mortalità nell’eternità. Dal momento in cui iniziamo a ricordare, la speranza ci abbraccia e ci insegna a disegnare i sorrisi nel cielo con gli arcobaleni e le nuvole. È una speranza che ci fa sentir parte di qualcosa di talmente grande che non saremo mai in grado di comprendere ed accettare. E allora concludo, sfidando la realtà: cosa mangio? Guardo un film o studio un po’? Quasi quasi esco a fare una passeggiata.