Ossimoro

 

Finalmente sento di nuovo la voglia di scrivere. Un periodo di grandi cambiamenti. Barcellona è sempre una città che ti lascia senza fiato. <<Se ti lasci ispirare, Barcellona ti guiderà e ti sorprenderà>>. Aveva ragione A. quando mi parlava della bellezza di Barcellona.

Mi sono svegliato con il profumo della pioggia. Una tempesta estiva ad ottobre.

Pioveva molto, ma non ho avuto la sensazione di malinconia che la pioggia concede a chi possiede il “meraviglioso” dono della meteoropatia.

Oggi mi sveglio così: con una tenera malinconia.

Barcellona è una città degli ossimori. Mi lascerò ispirare per vivere ancora queste emozioni contrastanti che mi ricordano di quanto sia stupefacente la semplicità.

 

Sorridi, perché la tempesta è necessaria per vedere l’arcobaleno.

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Incipit a caso o momenti di ordinaria Trenitalia?

Devo sedermi lì

Corri! Corri! Sei in ritardo cazzo! Corri! Non ce la farò mai a prendere il treno!

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La giornata era già grigia prima di iniziare a correre. C’era quella pioggia fastidiosa che soltanto chi porta gli occhiali può comprendere quella sensazione di uscire senza ombrello perché “tanto sono solo due gocce!” e poi ti ritrovi a brontolare silenziosamente dentro e insieme al tuo collo. Ma era tardi. E non avevo tempo per brontolare. L’autobus andava a passo d’uomo e avevo soltanto tre minuti per arrivare al binario. Ma per fortuna ci riesco. Riesco al volo a salire sulla prima carrozza e, stremato, mi siedo su una poltroncina in mezzo al vagone insieme ad altre tre persone. Sapevo che quello non era il mio posto e se l’avessero reclamato mi sarei spostato per andare a sedermi sulla lontanissima carrozza 5 (ero alla 9). Con quella giornata stremante non avevo la minima voglia di essere “corretto”. Dovevo risparmiare le energie per quello che mi aspettava dopo. Era deciso: se nessuno avesse iniziato a chiedere di spostarmi, sarei rimasto lì in silenzio senza disturbare nessuno. Ed effettivamente, andò tutto liscio. Per i primi dieci minuti. Giusto il tempo di respirare e pulire gli occhiali. All’improvviso appare un uomo con gli occhiali appannati e una stempiatura evidente. Se ne stava in silenzio fissandomi da dietro quelle lenti grandi ed opache. Anche le persone sedute vicino a me iniziavano a sentirsi, diciamo, non a loro agio. Io faccio finta di niente e inizio a guardare dal finestrino con la speranza che l’uomo se ne vada. Speranza semplicemente inutile. Mi giro per assicurarmi che l’uomo non fosse più lì. Era ancora lì immobile con il fiatone. Imbarazzato, incrocio il suo sguardo. Noto che gli occhiali non sono più appannati.

  • Devo sedermi lì.
  • Scusi?
  • Devo sedermi lì
  • Ci sono quattro posti liberi di fronte a lei.
  • Ho detto che devo sedermi lì. Non farmi incazzare.
  • La prego, sia comprensivo. Non mi sento molto bene – mento.
  • Ho detto che voglio sedermi lì cazzo! Altrimenti…

Close your eyes, listen to my voice.

Tempo fa mi trovavo in treno per uno dei miei soliti viaggi da studente fuori sede. Viaggio affrontato più di una volta: sveglia presto, macchina fino alla stazione, treno per circa tre ore, pausa di un’ora e di nuovo in treno per altre tre ore. Quando viaggi spesso impari ad ottimizzare il tempo di viaggio e quelle sette ore e mezza sembrano molte di meno. Alle volte invece capita di affrontare viaggi interminabili durante i quali due ore sembrano cinque. Sono quei viaggi in cui la meta non giustifica il viaggio, i pensieri si ingigantiscono e il tempo trascorre lentamente. Oltre a viaggiare fisicamente, viaggi con la testa cercando una meta di tranquillità.

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 La sensazione che si ha è paragonabile a quella in cui mentre sei seduto sul treno, guardi il mare illuminato dal sole di mezzogiorno, ti abitui a quell’immagine e ti lasci cullare dagli alberi che appaiono e scompaiono ad intermittenza. Quando all’improvviso il treno entra in una galleria, buia, interminabile che ti fa perdere l’orientamento, così anche i pensieri non riescono a ritrovare il nord e l’unica cosa che riesci a pensare è alla fine della galleria. Rivedere la luce, il mare, gli alberi… hey there Delilah, don’t you worry about the distance.

Close your eyes, listen to my voice.

Anche queste sensazioni alimentano la mia voglia di viaggiare.

Buon viaggio

Alba di un nuovo viaggio.
Il viaggio dà speranza, riempie il cuore di una nostalgia di un futuro ancora da vivere.

Nostalgia di una serenità puerile che accompagna il percorso verso l’età adulta.

Pensieri melliflui di buon auspicio.
Buon viaggio a chi ha toccato la neve a mani nude e che ha sentito quel gelo che gli scalda il cuore, in ricordo di tempi passati.

Buon viaggio a chi cerca la speranza che non ha.

alba roggiano Buon viaggio.

Distance

Leggere con la musica mi ha sempre permesso di amplificare le sensazioni.

La distanza vuol dire molto di più che essere lontani.

O che gli arrivederci avranno il sapore più amaro che tu abbia mai provato.

Distanza è affrontare il mondo, fare le valigie e andarsene. È non sapere molto bene quello che fai finché non passa qualche mese. E quando inizi ad essere cosciente della decisione che hai preso, è andare avanti. Perché si. Con un paio di palle. Perché la distanza è questo: accettare il rischio. Avere coraggio. Giocarsela senza essere mai sicuro. Avere due piedi in due posti diversi. È, molte volte, vivere una lotta interiore tra i tuoi sogni e i tuoi sentimenti. La distanza è avere dei giorni in cui desideri poterti teletrasportare, anche più di quando eri bambina. E confidare nel fatto che, un giorno – senza sapere né come né quando – sarà possibile. Perché anche se la tua testa ti dice che è impossibile, la volontà può su qualsiasi altra cosa. Distanza sono le sorprese e i dettagli. Sono le note di voci eterne, la differenza d’orario, i compleanni su Skype e i mille “mi manchi” su Whatsapp. Distanza è ricordarsi di un’altra persona vedendo o ascoltando qualsiasi cosa e non riuscire a non inviarglielo. Distanza vuol dire rendersi conto che sei l’amica che non c’è mai e che tua madre deve realizzare che sei una figlia invisibile (che è un pochino più difficile da capire). Distanza è imparare a vivere per se stessi, imparare semplicemente ad essere. È trascorrere giorni molto brutti e giorni molto belli. Giorni in cui si vuole abbandonare tutto e giorni in cui si desidera di restare lì per sempre. È sentirsi completamente solo e all’improvviso rendersi conto che le persone a cui vuoi bene sono lì, anche se lontani. E imparare che questo significa che non sarai MAI solo, perché talvolta il cuore va dove la voce non arriva. Perché la distanza separa corpi, non cuori.

Per fortuna, non ci è riuscita con noi, cari amici. Sappiate che abbiamo bisogno di voi 366 giorni l’anno. Che ci si spezza l’anima quando sappiamo che qualcuno di voi non vive un buon momento e non possiamo essergli vicino; e che cerchiamo di gestire la distanza nel migliore di modi. A tutti quelli che sono lontani: continuate ad essere coraggiosi come lo siete stati fino ad ora. E a chi ci vuole bene che è rimasto a casa ad aspettarci: vogliamo vedervi. Preparate i vostri abbracci, ne abbiamo bisogno.

Ho tradotto questo testo che mi ha inviato un amico lontano qualche giorno fa (http://www.upsocl.com/estilo-de-vida/la-distancia-significa-mucho-mas-que-estar-lejos) su Whatsapp. Non potevo non rivedermi in queste parole e sono sicuro che chi ha vissuto esperienze simili alle mie le condivide in pieno. Non bisogna avere fretta quando si viaggia. Bisogna avere pazienza. Bisogna imparare ad avere pazienza, anche se diventa sempre più difficile oggigiorno.

I motivi che spingono ad intraprendere un viaggio non sono uguali per tutti. Ognuno sceglie il proprio sentiero a volte senza tener conto di come possa essere effettivamente questo sentiero. Dopo aver viaggiato tanto, mi ritrovo a rimanere nello stesso posto per un periodo un po’ più lungo. Sono tornato a vivere da solo e questo mi ha dato la possibilità di riflettere più a fondo. Riflettere su quello che ho ottenuto fino ad oggi, cosa ho lasciato alle mie spalle, cosa voglio rivivere, cosa non voglio lasciare andare. Mi aggrappo a dei ricordi belli, come tutti ovviamente. Quello che mi sorprende, però, è rimanere aggrappato a dei ricordi non molto belli.

Quando qualche anno fa ho deciso di andare via di casa, sapevo che volevo farlo per mettermi alla prova, per crescere, per arricchirmi. Volevo dimostrare a me stesso di essere capace di affrontare il mondo. E da lì non mi sono più fermato. Da quel momento è un continuo modellarsi alle varie sfide che la vita ogni giorno decide di mettere sul mio sentiero. Ci sono giorni in cui ringrazi l’universo per averti dato l’opportunità di vivere questo sogno e altri in cui pensi di non riuscire a fare anche solo un altro passo in avanti. Ed è in quei giorni che anche i ricordi brutti diventano belli, esperienze brutte che sai di aver superato con le tue forze e che diventano una dolce carezza sulla coscienza. Per questo per viaggiare ci vuole coraggio: coraggio di sfidare le proprie paure, sfidare la propria parte oscura, capire che l’orgoglio non porta da nessuna parte e che l’umiltà riesce a farti guardare allo specchio con ironia.

Arrivare fin qui è stato difficile? Si, molto. Ma, ripensandoci, penso di non essere arrivato da nessuna parte. Continuerà ad essere difficile e facile allo stesso tempo. Si viaggia di continuo, anche quando non si vuole. E non sono i posti che vedi a rendere il viaggio speciale. Sono le persone che incontri. Sono loro che ti permettono di lasciare un po’ di te in quel luogo e di prendere un po’ di quel luogo con te. Legami che si uniscono alla grande rete di legami che crei semplicemente essendo ciò che sei.

Ci sono dei lati negativi, certamente. I legami restano indelebili ma si perde la quotidianità. Si perdono quei momenti che ti hanno permesso di crearli e di farli crescere, anche se non per sempre. Gli “arrivederci” diventano “amari” per questo, ma dolci saranno gli abbracci al “bentornato”.

Ma come ho detto prima, si viaggia anche quando non si vuole. Domandarsi quando sarà il prossimo “viaggio” è lecito, vivere quello attuale lo è ancora di più.

Oggi mi sento forte. E se è così, è perché anche se sono fisicamente da solo, non mi sento così.

Ed è per questo che l’ordinario incontra lo straordinario ogni giorno.

Grazie