Quando il silenzio parla: The Danish girl

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«Ho voluto bene solo a poche persone nella mia vita. E tu sei due di quelle».

 

Per parafrasare Alda Merini: ci si lamenta dell’amore, perché l’amore è inquietudine. L’amore ci rende inquieti e allo stesso tempo capaci di qualsiasi cosa. Non è facile scrivere di getto dopo aver visto un film del genere. Un film che ti tocca l’anima. Ogni fotogramma sembra dipinto.

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Un film che ti lascia in silenzio. Quel silenzio eloquente fatto di pensieri potenti, che le parole rischiano di sminuire se non usate con cura. Tempo fa con una cara amica e suo fratello ci siamo messi a parlare proprio sul valore del silenzio. È nella penombra dell’alba che si presentano le sensazioni più intense, quelle che coincidono con la stanchezza e hanno il profumo del pane appena sfornato. Alle prime luci dell’alba riusciamo finalmente a dare una definizione a quello che non eravamo riusciti a definire fino a quel momento: l’arte è capace di spiegare l’inspiegabile perché ha il suono del silenzio.

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Non è un caso che storie così, come quella di Lili, siano strettamente collegate all’arte.

«Non importa cosa indosso, perché quando sogno, sogno i sogni di Lili».

L’arte penso sia la forma di amore per se stessi più penetrante, più dolce, più tenera. È la Bellezza con la B maiuscola, mi piace sempre ricordarlo. Quella che Keats definiva Verità.

Quando trasformi la tua vita in un’opera d’arte, sei riuscito a far crescere i fiori dall’asfalto.

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E mi sento un po’ Joyce

 

Casa. Casa e tranquillità. Ho paura. Sono stanco. Sono stanco di aver paura. E mi affido al flusso di coscienza, convinto di poter creare qualcosa. Trasformare questo rancore palpitante in qualcosa di dolce, di tenero, che possa un giorno ricordarmi di come sia possibile attuare questa metamorfosi. Come un ticchettio di un orologio che, ininterrottamente segna il passare del tempo: un tempo predestinato, già deciso da qualcuno o da qualcosa che, silenziosamente, governa le nostre decisioni. Nella paura si cerca una spiritualità, si affida l’impotenza a qualcosa di infinitamente distante da noi, con la speranza di poter alleviare quel forte ticchettio dell’orologio, che diventa sempre più rumoroso. Sono pensieri già stati pensati. Pensieri tramandati da una generazione all’altra, come se il sapere e la cultura fossero diventati eredità genetica. Questa certezza, il riformulare i pensieri, cercare altri modi di esprimere concetti già approfonditi, rende banale e opinabile tutto quello che scrivo. Ma scrivo lo stesso, esplodo lo stesso. Di fronte alla solitudine, questa sorella difficile che è cresciuta con me, non mi abbandona, e mi fa compagnia, scrivo. È con lei che nascono le incertezze, le paure, anzi, che si moltiplicano. Tutto diventa più difficile. Persino scrivere diventa noioso, diventa poco interessante. La stanchezza invade i pensieri: tutti i desideri, tutti i sogni, tutti i sorrisi svaniscono quando si è accompagnati dal ticchettio e dalla solitudine. Tendo a perdere anche la voglia di scrivere perchè penso: cosa risolvo? Eppure qualcosa mi dice di continuare, nella speranza che esca qualcosa di buono da questo flusso di pensieri. È la speranza, questo sentimento mortale, che ci fa vivere la mortalità nell’eternità. Dal momento in cui iniziamo a ricordare, la speranza ci abbraccia e ci insegna a disegnare i sorrisi nel cielo con gli arcobaleni e le nuvole. È una speranza che ci fa sentir parte di qualcosa di talmente grande che non saremo mai in grado di comprendere ed accettare. E allora concludo, sfidando la realtà: cosa mangio? Guardo un film o studio un po’? Quasi quasi esco a fare una passeggiata.