Cappuccino svizzero 

Diario di bordo. Giorno 35.
La svizzera si chiama Alicia. Strano, per una svizzera. Eppure mi ha detto di chiamarsi così. Che era stata ribattezzata da un tale a Barcellona dicendole:

– Tu tienes cara de Alicia. (Hai la faccia da Alicia, per noi italiani). 

Eppure era così poco svizzera quella ragazza. L’avevo conosciuta in un parco, distesa al sole. Un sole di febbraio per l’esattezza. Con quella sigaretta rollata a mano, mi ero avvicinato per chiederle l’accendino. Si sa, la sigaretta è uno dei metodi più efficaci per rompere il ghiaccio. Mi ha detto che studiava nella mia stessa università e mi ha chiesto se per caso avessimo qualche corso in comune. Ah, l’erasmus. C’ero andato di nuovo a Barcellona. Non ci potevo credere. Una città che non avrei mai potuto neanche immaginare. Quelle strade, quei palazzi con i giardini in mezzo, quell’aria di nuovo costante, Carrer d’Enrique Granados e il suo Tibidabo all’orizzonte. Non mi sarei mai aspettato di ritrovarmi di nuovo a chiacchierare con la svizzera sotto il sole di febbraio. Eppure sta accadendo di nuovo, anche se lei non fuma più. 

Quella mattina non volevo uscire, eppure lei mi scriveva continuamente.
Come stai?

Non molto bene. Non ho voglia di uscire.

Dai, andiamo a prendere un caffè.

Non ho voglia Alicia, sono stanco. Non voglio vedere nessuno.

C’è il sole. Arrivo a casa tua tra dieci minuti. Spirale. Spirale. Spirale.

Va bene.
In realtà, ce ne ha messi cinque di minuti per arrivare. Mi sono cambiato e sono uscito. Certe volte mi ostino a non voler vedere il sole. Neanche quando ce l’ho davanti. 
– Prendiamo un caffè?

– Va bene, ma non ho contanti.

– Paghi sempre tu, oggi offro io. 

– Allora lo sai che ti dico? Oggi cappuccino.

E cappuccino fu. Con una bella spirale disegnata sopra. Apprezzo la coincidenza e vado avanti. Quel cappuccino sapeva di sole. Mentre lo assaporavo, i baffi mi si macchiavano con la schiuma. Qualche risata, una sigaretta, e di nuovo in cammino. Passeggiare fino a Plaza Universitat era ormai una routine. 
– Come mai continui ad essere giù B.?

– Perché sono sempre ansioso. Penso alle cose brutte, anche quando non mi succedono davvero.

– Devi smetterla. Quando sei giù, esci. Fai una passeggiata al sole.

– Ancora con questa storia del sole? È un periodo di merda. Non sopporto niente.

– Voi del sud non apprezzate il sole perché lo avete sempre davanti agli occhi.

– Sarà… il sole a me piace. Ma non sono dell’umore. 

– Tu non sei mai dell’umore. Smettila di lamentarti e guarda i pappagalli. Non è bellissimo?
Già, ci sono i pappagalli in mezzo alla città. E le altalene. E i cappuccini con le spirali. E il sole.

Davanti a tutto questo, non posso fare altro che osservare i giochi di colori che appaiono davanti a me. Dovremmo avere tutti una svizzera che ci faccia vedere il sole. 

Una svizzera, un italiano, Barcellona, il catalano, un cappuccino, i pappagalli, il sole. 

Chissà cosa succederà domani.

Ossimoro

 

Finalmente sento di nuovo la voglia di scrivere. Un periodo di grandi cambiamenti. Barcellona è sempre una città che ti lascia senza fiato. <<Se ti lasci ispirare, Barcellona ti guiderà e ti sorprenderà>>. Aveva ragione A. quando mi parlava della bellezza di Barcellona.

Mi sono svegliato con il profumo della pioggia. Una tempesta estiva ad ottobre.

Pioveva molto, ma non ho avuto la sensazione di malinconia che la pioggia concede a chi possiede il “meraviglioso” dono della meteoropatia.

Oggi mi sveglio così: con una tenera malinconia.

Barcellona è una città degli ossimori. Mi lascerò ispirare per vivere ancora queste emozioni contrastanti che mi ricordano di quanto sia stupefacente la semplicità.

 

Sorridi, perché la tempesta è necessaria per vedere l’arcobaleno.

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Tra musica e calçots: Les Planes (Barcelona)

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Era una giornata migliore rispetto ad oggi. Piove. Aveva smesso di piovere ma continuava ad essere nuvoloso. Non volevo uscire quella mattina. Era una domenica di marzo e mi trovavo in Catalogna. C’è un posto, fuori da Barcellona, dove la gente si ritrova per fare la famigerata “calçotada” e mangiare questi cipolloni alla brace con una salsa chiamata “Romesco”. Come ogni tradizione, non è il cibo in sé, ma cosa rappresenta. Giovani e meno giovani di tutte le nazionalità si riuniscono per celebrare questa tradizione catalana tra mille sorrisi pieni di stupore e serenità. Ma ritorniamo al racconto. Non volevo uscire quella mattina perché faceva freddo e il grigio non prometteva niente di buono. Ma l’avevo promesso ad A. e sarebbe stata una nuova esperienza per me. Così ho preso il treno da Plaça Cataunya e sono partito verso la montagna. Dopo una mezz’oretta eravamo arrivati nel verde e passeggiando un po’ abbiamo raggiunto quest’area attrezzata per il barbie (così lo chiamano in Australia, lo so, lo so). Era passato mezzogiorno e c’era già strapieno di gente. E allora ci siamo seduti in mezzo a tutta quella diversità affamata e allegra.

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Così tra una fetta di carne, verdure grigliate e calçots con salsa romesco, abbiamo riso e scherzato con amici vecchi e nuovi. Un paio d’ore dopo, tutto era più calmo: le pance piene e il vino avevano creato un piacevole sottofondo di tantissime lingue diverse. Ma, come sempre, c’è un gruppo di italiani pronto ad animare la giornata. Proprio nel momento di più silenzio, all’ora della siesta, un suono di tamburo si ripeteva e interrompeva la calma che si era creata. Il bongo è uno strumento interessante: si presta a diversi stili di musica ed è perfetto per creare un’atmosfera di collettività.

Il ripetersi incessante di questo suono non poteva che far avvicinare i numerosi curiosi. La musica è davvero un linguaggio universale. Dopo essersi creato un cerchio intorno ai musicisti, la gente iniziava a ballare immaginando singole melodie. Ad un certo punto, finita la coreografia improvvisata, i due ragazzi (precisamente una ragazza e un ragazzo) hanno iniziato a suonare un ritmo dall’accento forte, riportando il silenzio tra i presenti. Ed è stato in quel silenzio che è apparsa improvvisamente la voce di una ragazza: una voce piena di grinta che ha fatto sorridere tutti. Inizia la “Tammurriata nera”, una famosa canzone napoletana del dopoguerra. Molti degli italiani presenti conoscevano la canzone e, con mia sorpresa, hanno cominciato a cantare in coro al ritornello (quasi in maniera surreale). E subito dopo la canzone, i “non italiani” hanno fortemente chiesto il bis, imparando la canzone e unendosi al coro.

Vivere un momento del genere, in un’atmosfera così surreale, fa riflettere. Tra la mescolanza di culture e lingue diverse, quella italiana riesce a colpire sempre e ad arrivare al cuore della gente. Una città come Napoli ha determinato lo sviluppo di stereotipi, anche tra italiani stessi. Ma è proprio su questo che voglio riflettere: gli stereotipi possono proteggere, possono essere utili per crearsi delle aspettative nei confronti di quello che non si conosce. Tuttavia, bisogna educare alla diversità, non temerla, perché è la diversità che ci rende ciò che siamo. Bisognerebbe dare la possibilità al “diverso” di stupirci perché è incredibile quante cose si possano imparare da chi ha un background diverso. Mi sento fortunato di appartenere ad Paese così ricco di sfumature. Ed è questa serenità che mi piacerebbe trasmettere agli altri.

È stato un caso che tutto questo accadesse a Barcellona. Chi ha vissuto anche in altri posti mi confermerà che situazioni del genere possono crearsi spesso, ne sono certo. Spero di poter continuare a viaggiare di nuovo molto presto e di scoprire nuove sfumature.