Incipit a caso o momenti di ordinaria Trenitalia?

Devo sedermi lì

Corri! Corri! Sei in ritardo cazzo! Corri! Non ce la farò mai a prendere il treno!

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La giornata era già grigia prima di iniziare a correre. C’era quella pioggia fastidiosa che soltanto chi porta gli occhiali può comprendere quella sensazione di uscire senza ombrello perché “tanto sono solo due gocce!” e poi ti ritrovi a brontolare silenziosamente dentro e insieme al tuo collo. Ma era tardi. E non avevo tempo per brontolare. L’autobus andava a passo d’uomo e avevo soltanto tre minuti per arrivare al binario. Ma per fortuna ci riesco. Riesco al volo a salire sulla prima carrozza e, stremato, mi siedo su una poltroncina in mezzo al vagone insieme ad altre tre persone. Sapevo che quello non era il mio posto e se l’avessero reclamato mi sarei spostato per andare a sedermi sulla lontanissima carrozza 5 (ero alla 9). Con quella giornata stremante non avevo la minima voglia di essere “corretto”. Dovevo risparmiare le energie per quello che mi aspettava dopo. Era deciso: se nessuno avesse iniziato a chiedere di spostarmi, sarei rimasto lì in silenzio senza disturbare nessuno. Ed effettivamente, andò tutto liscio. Per i primi dieci minuti. Giusto il tempo di respirare e pulire gli occhiali. All’improvviso appare un uomo con gli occhiali appannati e una stempiatura evidente. Se ne stava in silenzio fissandomi da dietro quelle lenti grandi ed opache. Anche le persone sedute vicino a me iniziavano a sentirsi, diciamo, non a loro agio. Io faccio finta di niente e inizio a guardare dal finestrino con la speranza che l’uomo se ne vada. Speranza semplicemente inutile. Mi giro per assicurarmi che l’uomo non fosse più lì. Era ancora lì immobile con il fiatone. Imbarazzato, incrocio il suo sguardo. Noto che gli occhiali non sono più appannati.

  • Devo sedermi lì.
  • Scusi?
  • Devo sedermi lì
  • Ci sono quattro posti liberi di fronte a lei.
  • Ho detto che devo sedermi lì. Non farmi incazzare.
  • La prego, sia comprensivo. Non mi sento molto bene – mento.
  • Ho detto che voglio sedermi lì cazzo! Altrimenti…

Il mappamondo delle mezze verità

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Avevo scritto questo titolo tempo fa, in un momento in cui mi sembrava un colpo di genio. Ma ora non riesco a ricordare cosa volessi dire con un titolo del genere. Probabilmente era uno di quei giorni in cui cercavo di riflettere sul valore della verità e della menzogna. Quante bugie raccontiamo durante l’arco della vita? Perché le raccontiamo? I fattori da considerare sono molti. C’è chi mente per egoismo e c’è chi mente per altruismo. O per entrambi.

https://youtu.be/7KjIDyIkmlk

E, per quanto mi riguarda, viaggiare mi mette a contatto con la verità. Inizio a capire i miei limiti e a convertire ogni bugia in nuove verità.
Non è il caso di nascondersi dietro a un dito.

Mappamondo delle mezze verità… Spremo le meningi. Le mezze verità sono bugie? È pericoloso convincersi con mezze verità? Costruire ricordi non veri è un’operazione comune?
Mi è capitato di ascoltare storie inventate senza che l’interlocutore sapesse che io ero a conoscenza della verità e, valutando di volta in volta, mi convinco sempre più che la verità non sia per tutti.
Forse intendevo proprio questo con il titolo:

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occorre saper osservare per raccapezzarsi di fronte al mappamondo delle mezze verità.