E mi sento un po’ Joyce

 

Casa. Casa e tranquillità. Ho paura. Sono stanco. Sono stanco di aver paura. E mi affido al flusso di coscienza, convinto di poter creare qualcosa. Trasformare questo rancore palpitante in qualcosa di dolce, di tenero, che possa un giorno ricordarmi di come sia possibile attuare questa metamorfosi. Come un ticchettio di un orologio che, ininterrottamente segna il passare del tempo: un tempo predestinato, già deciso da qualcuno o da qualcosa che, silenziosamente, governa le nostre decisioni. Nella paura si cerca una spiritualità, si affida l’impotenza a qualcosa di infinitamente distante da noi, con la speranza di poter alleviare quel forte ticchettio dell’orologio, che diventa sempre più rumoroso. Sono pensieri già stati pensati. Pensieri tramandati da una generazione all’altra, come se il sapere e la cultura fossero diventati eredità genetica. Questa certezza, il riformulare i pensieri, cercare altri modi di esprimere concetti già approfonditi, rende banale e opinabile tutto quello che scrivo. Ma scrivo lo stesso, esplodo lo stesso. Di fronte alla solitudine, questa sorella difficile che è cresciuta con me, non mi abbandona, e mi fa compagnia, scrivo. È con lei che nascono le incertezze, le paure, anzi, che si moltiplicano. Tutto diventa più difficile. Persino scrivere diventa noioso, diventa poco interessante. La stanchezza invade i pensieri: tutti i desideri, tutti i sogni, tutti i sorrisi svaniscono quando si è accompagnati dal ticchettio e dalla solitudine. Tendo a perdere anche la voglia di scrivere perchè penso: cosa risolvo? Eppure qualcosa mi dice di continuare, nella speranza che esca qualcosa di buono da questo flusso di pensieri. È la speranza, questo sentimento mortale, che ci fa vivere la mortalità nell’eternità. Dal momento in cui iniziamo a ricordare, la speranza ci abbraccia e ci insegna a disegnare i sorrisi nel cielo con gli arcobaleni e le nuvole. È una speranza che ci fa sentir parte di qualcosa di talmente grande che non saremo mai in grado di comprendere ed accettare. E allora concludo, sfidando la realtà: cosa mangio? Guardo un film o studio un po’? Quasi quasi esco a fare una passeggiata.

 

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4 pensieri su “E mi sento un po’ Joyce

  1. La solitudine è catarsi. La solitudine è una maestra severa che ti costringe a stare con te stesso affinché, però, tu t’innamori di te stesso. Ti mostra quello che sei, ti mette in contatto con delle parti nascoste. È necessaria, come la notte. Sta a te decidere se è una condanna o una conquista.
    La paura, invece, è qualcosa di negativo. Sempre. T’impedisce di fare quello che vorresti fare, di essere ciò che vorresti essere e di mettere in atto il processo di cambiamento. La paura ha una figlia, si chiama Routine e ti aiuta a costruire la zona di comfort impedendoti di attuare la metamorfosi di cui, forse, hai bisogno.
    Concludo con una citazione di Dylan Dog: “La paura ha paura di un sorriso”.

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